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Sono uscito e c'era il sole, tutto intero.
Sapevo che non ci sarebbe stato nessuno ad aspettarmi, e non mi ha fatto male al cuore. Alle mani. Un po' alle mani m'ha fatto male. Le borse erano piene dell'apatia accumulata in questi tre anni, così pesanti da far fatica a trascinarle (le borse). Così banali da far fatica a ripensarci (gli anni). Però ridevo, perchè sentivo un dolore. Ho passato tre anni in cui non ho sentito, non ho percepito, non ho assaporato, non ho. Ho mangiato quando me lo dicevano, ho fatto la doccia quando me lo dicevano, ho guardato le iene, il martedì. Per tre anni. La cosa buona è che in questo tempo non ho avuto nemici, ma nemmeno amici. Gli sconosciuti che ti mangiano accanto hanno la tua stessa faccia, le stesse piaghe. E' per questo che nel tempo di una sigaretta si è tutti conoscenti, in prigione. La cosa cattiva, invece, è che in una stupida mezzora ho buttato tre anni della mia vita, o forse tutti e ventisette. Ma poi oggi sono uscito, erano le due e mezza e c'era il sole, tutto intero, senza sbarre. Che io non ci pensavo più che alle due e mezza c'è il sole, nel mondo. In prigione no. In prigione alle due e mezza puoi telefonare, il giovedì, e puoi pensare, tutti i giorni (ma, con così poca vita da vivere, ci sono anche così pochi pensieri, alle due e mezza.). Sapevo che non ci sarebbe stato nessuno ad aspettarmi, anche perchè la prigione è a cento chilometri da casa, e a dire il vero non so nemmeno se mamma c'è mai stata, a cento chilometri da casa. Papà sì. Papà è scappato che non so neanche quando, ma quasi capisco il perchè. Mamma no. Mamma non l'ha ancora capito. Sapevo che non ci sarebbe stato nessuno ad aspettarmi, così ho trascinato la mia libertà e le mie borse pesanti fino alla stazione. Le due e mezza erano ormai passate, camminando verso il binario 2. Sono salito sul treno per tornare a casa, con le mani vuote e gli occhi colmi di speranza. E quella è tutta mia, non l'ho rubata a nessuno. Lo sconosciuto era arrivato a metà settimana, o a fine mese, che importa.
Si era accomodato su uno sgabello traballante riservato a qualcun altro, ti aveva sorriso da dietro la schiuma di una birra, e in poco tempo erano giunte le stelle. Lo sconosciuto ti conosceva da sempre, doveva essere così. I gesti, i giorni, le gioie. Quando incontri qualcuno con cui ridere mentre piangi capisci che la magia vive in ogni affetto. Quando incontri qualcuno che ti combacia capisci che stai facendo bene a fidarti, ad affidarti. Che non ti ferirà, non ti tradirà, questa volta no, non accadrà. Lo sconosciuto ti combaciava. Fino a che un giorno ti sei alzato un po' troppo tardi, sei inciampato in qualcosa che non hai capito, hai domandato senza ricevere risposta. Avresti voluto del tempo per parlare, avresti voluto frantumare ogni scoglio, avresti voluto ricordare com'era facile risolvere e dare coraggio. Avresti voluto, santoddio, avresti voluto perchè volere è l'anima della vita, perchè i desideri disegnano il percorso ma sono le persone a cui ti affidi ad essere il foglio su cui scrivere. Eppure in poche ore la magia è diventata polline disperso, fondo di bottiglia, mozzicone calpestato. Erano bastate poche ore e all'improvviso non c'era più condivisione, non c'era più rispetto, non c'era più nemmeno mezzora di vita insieme. Ed è lì che hai capito. Lo sconosciuto non è colui che non conosci: quello è l'inesplorato. Lo sconosciuto è colui che non riconosci più. ("...Voltati dall'altra parte, tesoro. Chi ti calpesta lo fa solo perchè ti teme.") Passeggiando sulla ghiaia dei ricordi per ritrovarne il doloroso profumo. In quale giorno smettemmo di rincorrerci? Con quali opache grida? Pensieri rannicchiati in fondo all'essere. Riprendere a camminare, infine. Calpestando ovvietà, trasformando realtà, rimpiangendo beltà. A piedi nudi sul tempo. La testa sotto l'acqua. Per non ricordare la tua voce triste, per non richiamarti, non rivolerti.
Per non prendere l'auto e correre a guardare l'erba del tuo giardino dal campo accanto, come ho fatto per mezza vita. Per non prenderti le mani e vederle invecchiare; riderne, come non faccio da una vita intera. La testa sotto l'acqua che scende fredda e calda, come noi. Freddi e caldi, ad intermittenza, e mai della stessa temperatura, mai su linee parallele, o che si incrociano, o che s'accompagnano. La testa sotto l'acqua per dimenticare i miei silenzi chilometrici, le tue frasi piccolissime, i miei maledetti bisogni inespressi, sogni invocati e smarriti all'interno di grigie realtà. Shampoo. La testa sotto l'acqua. Shampoo. Eppur, davvero, non lenisce. Provo a fare di nuovo come se fossi sola, con la tela di fronte che mi osserva. Con i miei occhi che ci rimbalzano sopra, e mi osservano. Provo a fare di nuovo come se fossi sola, a scrivermi dentro.
Non doveva andare così. Non accendo lo stereo da mesi, imposto il volume della televisione al minimo, i suoni del computer appena percettibili: mi sembrerebbe di imbrattare questa inutile ed opprimente assenza di rumori, mi pare quasi giusto rispettarla. Così aspetto ascoltando questo muto silenzio. Mi vesto alle tre del pomeriggio. Alle sette rimetto il pigiama, stanca. Mangio in piedi accanto al termosifone, oppure con le gambe accavallate di fronte al computer. Mangio perchè si deve mangiare, mi lavo perchè ci si deve lavare, dormo perchè si deve far trascorrere il tempo, attendo perchè si deve sperare. Al mattino ho bisogno che arrivi presto la sera, la sera non vedo l'ora che sia mattino. Lascio accumulare la posta dentro ad una scatola, le tazze nel lavandino, la tristezza tra le rughe, la polvere negli angoli. Sono cose che vedo soltanto io. Allo specchio non mi riconosco quasi mai. Sono invecchiata e stremata, indebolita dal non far nulla, logorata dal voler fare qualsiasi cosa. Sono come non avrei immaginato sarei stata. Non doveva andare così. Ma è successo. Vorrei un'ora senza rabbia, un castello senza sabbia. Perchè sarei nata Principessa, ma ho vissuto avvelenata.
Vorrei un giorno in cui vedere il viso di quella ragazza appoggiata al solito balcone. Dirle che le guardo la schiena da anni, che non ha mai avuto i capelli lunghi come ora, dirle che è mia sorella. Vorrei un mese di prova in uno stipendiato posto di lavoro. Perchè sarebbe un mio dovere, ma, dopo tutti questi mesi di im-mobilità, è soprattutto un mio diritto. Vorrei un anno che scavalcasse il diciotto novembre senza dirmelo. Che ci lasciasse dentro solo quel dolce sapore che ancora resta, che il tempo migliora ma non invecchia. Vorrei una vita con gli infissi bianchi, i folletti nell'animo e la sincerità a fior di pelle. Perchè, se pretendete sempre di ricevere prima di aver dato, allora lasciatemi sola in questo silenzio, perchè ho parole migliori con cui riempirlo. Perchè per una vita hai detto le parole che avrei voluto ascoltare, soffiate da un'altra bocca. Perchè anche per te vorrei morire ed io morir non so. (e i vostri versi preferiti, quali sono?) C'e' la fiducia al governo. O non c'e'.
Ecco, adesso non c'e'. C'e' la fiducia verso le istituzioni. O non c'e'. Ecco, adesso non c'e'. C'e' la fiducia verso l'arrivo di un futuro di vera pace. O non c'e'. E' come guardare attraverso un vetro, vedere i colori del mondo, ma non sentirne i rumori.
E' come riconoscere la risata di un bambino ma non poterne gustare i lineamenti, come far roteare un Brunello e non aver labbra con cui baciarlo; e' come cantare la melodia piu' allegra, ma sottovoce, come avere una notizia grandiosa, ma nessuno a cui raccontarla. E' come esser consapevoli di potere, non potendo. E' come graffiarsi l'anima nel fingere di non vedere di non sapere di non voler ascoltare. Smarrire la fiducia. E' così. "Le banche ti chiedono soldi e fiducia, però legano la biro a una catenella." Beppe Grillo ...di un tremendo delitto.
C'eravamo io e la regina, sedute al bar. Per un'ora. Un'ora in cui il caffe' si e' raffreddato e le parole si sono addensate e il dondolio delle emozioni si e' stabilizzato (non fermato). Una piccola ora in cui lui, davanti a noi, l'ha uccisa. Un'ora in cui noi divagavamo sul senso massimo della vita, in cui magari voi stavate mangiando bevendo tossendo sbraitando facendo l'amore, ecco, in quella stessa ora. Un'ora in cui il pavimento calpestato, le porte sbattute, i probabili ricordi di chissa' quante decine di vite sono andati in frantumi. A pezzi. Briciole e polvere. Vi sembrero' terribilmente sensibile, ma veder quell'enorme macchinario demolire completamente la vecchia casa davanti ai miei occhi e' stato come toccare la fragile consistenza di uno dei maggiori simboli di stabilita'. Perche' forse ci sono oggetti problemi e sensazioni talmente enormi, nel mondo, cosi' grandi e forti e solide... che basta un'ora a distruggerle. Pedalo e mi ripeto che domani ci sara' il sole, che bisogna andare al mare.
Pedalo tra la gente che affolla il centro per l'aperitivo del venerdi' e son certa che mi guardano ma io non posso vederli, perche' ho bisogno di andare veloce rincorrendo mattonelle di pensieri. E passo quelle vie, quelle piazze, e quanti passi e quante parole sparse nell'aria come polline. E facciamo una camminata in centro, e non c'e' mai parcheggio, e proviamo al Visionario, ed e' inutile arrabbiarsi, e come si arriva fino a la', e prendiamo il gelato in quel posto all'angolo, e passiamo davanti al mio negozio preferito, e han sempre la stessa roba, e l'aula studi e il bar mantica, e il percorso di sempre, e non facciamo tardi che domani si va al mare. E c'e' da tirar fuori lo sdraio. Lo sdraio. Accanto alla pepsi. Pedalo e passo davanti a giulio e giova con le mani piene di gelato ed imbarazzo. Lo sdraio, verde. Che mi osserva, piegato dal peso di ricordi che le fascette non posson sostenere. DICIOTTONOVEMBRE
E' arrivato.
Il giorno dell'anno con il bagaglio piu' pesante, con il compleanno piu' doloroso da ricordare, e l'incontro piu' sconvolgente a cui non pensare, con i ricordi di una vita da sotterrare, con due occhi che vorrebbero chiedere ancora da guardare. Gli auguri, quelli che non avranno risposta, sono partiti stamattina presto, tra le lacrime che tuttora non si possono fermare. Quelli che una risposta l'hanno gia' avuta sono stati pieni di silenzio. Eppure sto bene, eppure ho una vita nuova, eppure ora e' tutto diverso. Eppure eppure eppure. Eppure il diciotto novembre ha il suo destino, ed io ne faccio parte. {"...se adesso te ne vai / da domani saprai / un giorno com'è lungo / e vuoto / senza me... / se adesso te ne vai / non le ritroverai / le cose conosciute / vissute / con me. / e di notte / e di notte / per non sentirti solo / ricorderai / i tuoi giorni felici, / ricorderai / tutti quanti i miei baci... / e capirai / in un solo momento / cosa vuol dire / un anno d'amore..."} searching
Le parole spesso bruciano le parole.
Accentuano i concetti, allargano le prospettive, coprono le intenzioni. Le parole spesso tacciono le parole. Schiudono i timori, zittiscono le realta', allungano i silenzi. Le parole spesso giocano con le parole. Evidenziano le difficolta', tramortiscono i desideri, nascondono le meditazioni. Le parole che non ti ho detto sanno di finestre chiuse per mesi dentro stanze profonde ed altissime, sanno di progetti incompiuti, sanno di polpastrelli che si rilassano contando palline di calce sul muro, ascoltandone le storie. Le parole che non so dirti sanno di occhi truccati colmi di kajal e rimproveri, sanno di auto ammassate in isolati sfasciacarrozze, sanno di gocce di sole che tentano di penetrare attraverso serrande socchiuse, sanno di lucchetti abbracciati a forti cancelli in ferro battuto. Le parole che non posso dirti sanno di accendini sempre scarichi, sanno di gusci di uova disciolti, sanno di petali rossi incollati alle lenzuola come rugiada su foglie pesanti, sanno di zaini gravosi che modellano schiene morbide, sanno di ali di colibri' piegate dal vento. Le parole che imparero' a dirti sapranno di chewin gum alla ciliegia masticato troppo a lungo. (..."More than words is all I ever needed you to show / Then you wouldn't have to say that you love me / Cos I'd already know"...) (..."Oltre le parole è ciò che ho sempre avuto bisogno tu mi mostrassi / Così non dovrai più dirmi che mi ami / Perché lo saprei già"...) (sottotitolo) Cronaca di tutto il mio trentaagostoduemilasei
Mezzanotte e fiumi di parole annegate in posaceneri pieni, perche' sparlare parlando del prossimo e' piu' facile di parlare sparlando di se stessi. Le tre di notte, mi affido al tepore del getto della doccia. Dico sempre che ci restero' solo qualche istante, poi mi guardo dentro e capisco che l'unico tentativo che posso fare per grattar via di dosso certi malumori e' bollirsi la pelle e annebbiare i pensieri con i fumi del vapore. Le cinque, quando gli angeli han cantato accarezzandomi la fronte, quando ho fatto pace con la mia esuberanza, quando chiudo davvero gli occhi. Le otto, sveglia. O meglio. Suona, la sveglia. Le dieci del mattino, quando la voglia di riguardare indietro mi coglie impreparata davanti a tanta commozione: ero io, sono io, ad aver elaborato ed affidato a questo diario quei concetti, quelle sensazioni, quella vita. Ero io, armata di grinta e buoni propositi, a parlare di giorni nuovi, di futuro, di pillole di gioia. Dove sono andata? Su quale strada mi sono persa? L'una, primo pomeriggio: la stanchezza regna sovrana agendo su umore e apertura oculare, il sole non scalda come dovrebbe da giorni, le parole viaggiano tese sul filo della rete globale, tramite finestrelle incorniciate da tacite richieste. Le tre del pomeriggio: un lungo caffe' per parlare di cose importanti, quelle vere. E all'improvviso, davanti alla malattia, sei solo un pezzo di niente, i tuoi problemi fatti di niente, le tue volonta' nuvole di niente. Ma quante volte ce ne scordiamo. Le sei, le sei di un giorno che sembra nuovo. Le sei di una vita che vorrebbe rialzarsi e correre, che vorrebbe avere le giuste chiavi di ricerca. Le sei di un tempo in cui non sei, in cui ti pare che non sarai, in cui vedi la luce ma scegli di non seguirla. Le otto, e coltelli conficcati nella mia essenza. Due mesi di avvenimenti concentrati in una raffica di fitte massacranti, che mica pensavo davvero di uscirne incolume, no? E da li' il buio. Niente piu' pensieri positivi ne' richieste da poter fare. Solo volonta' irrisolte. E' oggi. Il blogger day, dicono. Lo festeggio con voi, miei cari, con voi e con l'ennesima colica.
(Ho pianto in silenzio, di fretta, nel bagno. Ho pianto dolce e salato, come si piange di un ricordo o di un rimpianto, ho pianto nascosta persino da me stessa, evitanto quello sguardo duro nello specchio. Ho pianto per non dover dire, per non saper volere. Ho pianto perche' soffocata dalle mie stesse volonta'. Pero' poi c'e' stata una galleria, un abbraccio lunghissimo e forte, una promessa appoggiata sulle mie spalle che stringendo gridava "non ancora, non adesso". Avrei voluto cosi' tanto che tutto si fermasse, avrei voluto poter restare immobile e sospesa. Io, te e quelle nuove lacrime di cui non conoscevo il sapore. Pero' il destino ci e' sempre cosi' tiranno, prova ad aiutarti e poi ti incatena di nuovo. E poi anche io sono sempre cosi' pronta a giudicarti, tu che non dici, tu che non chiedi, tu che speri di arrivare e leggermi tranquilla, tu che dici di sapere come sara' il futuro, che tutto sapremo aggiustare. Tu, petto forte e mani ruvide, tu, oggi, ascoltami, ascolta la mia assenza. Oggi premiti su di me e urla con il tuo silenzio come solo tu sai fare, oggi parla e taci, che domani chissa' dove saremo, chissa'. Agitami e turbami e cullami.)
"Le lacrime sostituiscono talvolta un grido." Italo Svevo Se ne potrebbe parlare all'infinito, scriverne trattati e libri interi, ma, siccome ho a disposizione quattro righe, vorrei parlarvi soltanto di qualcuna delle sfere di questo agognato e vastissimo argomento: il riguardo verso i sentimenti, le esigenze e le emozioni altrui.
Il vocabolario attribuisce al termine "rispetto" il significato di "sentimento di riverenza verso cosa o persona ritenuta degna e la manifestazione di tale deferenza", e, per quanto sia importante l'attenzione verso l'ambiente, gli oggetti propri, altrui e via dicendo, ora vorrei parlare solo di persone, intese come individui pensanti. Analizzo, innanzitutto, la questione dell' "esser degni", di cui parla il signor DeAgostini, perche' mi pare determinante: per meritare stima ognuno di noi deve prima assicurarsi di esserne all'altezza, capendo se l'altra persona ci ritiene sinceramente validi. (Prima regola: non si merita la devozione altrui a priori.) Ma tutto questo non e' ovviamente sufficiente ad essere certi di possedere questo benedetto rispetto: perche' uno, giustamente, deve dimostrare di esserne degno evitando di ferire e/o deludere l'altro individuo, e deve evitarlo da quel momento in poi, per sempre, possibilmente dando prova di saper mantenere le attese, o addirittura saperle superare. In caso contrario la probabilita' di riuscire a recuperare la stima persa sara' proporzionalmente inversa alla quantita' di lavoro che sto svolgendo in ufficio questo pomeriggio (nulla). (Seconda regola: il mantenimento.) Ma ora, ne sono certa, vi stupiro': sebbene uno se lo meriti, sebbene si impegni per far si' che le cose perdurino e migliorino rispetto alla condizione iniziale (solitamente meno stabile), be', sebbene un sacco di cose... accade che non basta. (Terza regola: in amore, in guerra, e nel rispetto, le regole non contano.) Accade che qualcuno se ne freghi del rispetto che ti dovrebbe portare, magari dato il rapporto che vi lega o vi ha legato, che si stanchi di rispettare le regole non scritte che parlano di minima umanita' verso il prossimo e massima verso chi abbiamo detto di amare, che riesca ad addormentarsi comunque senza o con pochissimi rimorsi di coscienza al pensiero di aver calpestato le vostre preghiere, le vostre lacrime, i vostri messaggi, le vostre notti insonni, le vostre richieste, le vostre giornate, i vostri pensieri, le vostre emozioni, i vostri sogni. E le vostre speranze. Mi sto circondando di verde, ma credo che non bastera'. "Preferisco l'odio che mi rispetta all'amore che mi insulta." Giuseppe Rovani Ho ricominciato a truccarmi dopo una settimana, e soltanto perche' stremata dall'insistenza dei conoscenti che guardano nel viso e non vedono nel cuore.
Non mi sono piu' trovata a mio agio in quasi nessun luogo: in gruppo perche' troppi sorrisi da non riuscire a sostenere, da sola perche' braccata dalla solitudine. Non sono piu' capace di rientrare a casa da sola la sera: semaforo - freccia a destra e i gesti ormai collaudati diventano ogni volta piu' pesanti, costellati di pensieri gravosi da digerire. Non sono piu' capace di accontentarmi di quel che il mondo mi offre, di una vita normalmente piatta e di giorni comunemente vissuti. Non sono piu' capace di star comoda dentro i miei vestiti, dentro la mia pelle, dentro le mie giornate: l'insoddisfazione sta maturando come i fiori che diverranno frutti, con l'unica differenza che essa non profuma, non e' colorata e non allieta la vista. Neppure il mettersi a letto, il farsi la camomilla o una doccia bollente servono piu' come balsamo emoliente da spalmare sulle ferite. Neppure chi cerca di motivarmi, neppure chi non sa niente, neppure io riesco a trovare una carreggiata da percorrere abbattendo le sofferenze. "Si può resistere all'invasione degli eserciti, ma non a quella delle idee." Victor Hugo (visto che splinder funziona a suo piacimento...)
sabato 18 febbraio, mattina, ore 9.40 Ho ancora addosso il trucco ed i vestiti di ieri sera. Dentro, un escavatore si occupa del suo lavoro asportando le parti bacate della polpa dello stomaco, come fosse un frutto guasto, come se provasse a privarlo delle parti malate e segnate, per farlo rinascere. Ma il frutto non rinasce dalla sua buccia. I piatti da lavare, la spesa da fare, l'aspirapolvere da passare ed alcune cose da riordinare. Per non contare gli immancabili impegni del sabato sera, che dovrebbero vedermi attenta e concentrata, allegra e determinata. Ed invece, piu' passa il tempo e piu' somiglio a qualcosa di calpestato, contuso, malconcio. Che qualcuno venga davvero a salvarmi da tutto questo, o almeno che qualcuno faccia in modo ch'io possa giacere in questo letto, per le prossime ore, disperata e sofferente. Voglio poter essere quella bambina che invoco, lagnarmi e singhiozzare anche solo per poche ore, vi prego, ho solo voglia e bisogno di piangere per i miei mille e nessun motivo. lunedi' 20 febbraio, notte, ore 3.12 Certi pretendenti stanno diventando decisamente insistenti. Io, gentile come al solito, per ora esprimo gratitudine e ascolto e guardo. La tim ringrazia me. E c'e' qualcuno che si cerca di appropriarsi di una piccola parte vulnerabile del cuore, dolcemente e senza forzare: lascio che cosi' sia. martedi' 21 febbraio, notte, ore 2.23 Se ne e' accorto. Secondo me se ne e' accorto. Ed aveva quello sguardo di chi ha paura di aver tirato troppo la corda. Vorrei che avesse davvero letto nei miei, di occhi, ed avesse capito quanto poco mi basta per dire di esser felice e per smettere di odorare di sofferenza. Alle dieci preparo un risotto ai frutti di mare, per dar pace allo stomaco, sebbene la bocca non abbia alcuna intenzione di masticare. Niente tovaglia. Mangio sul divano. Televisione accesa su un canale spento. Niente bicchiere. L’acqua a collo dalla bottiglia.
Maniche corte, pancia fuori. Diciannove gradi, brividi a tratti. Accendo una grossa candela, un incenso dietro l’altro. Spengo un pensiero ricorrente. Sigaretta. Ho giocato a fare la divertente, ho provato a classificare i rapporti, ho ottenuto situazioni tipicamente asettiche. Inondo le unghie di smalto trasparente. L’inquietitudine si nota dal modo in cui le dita sono smangiucchiate. Accade che io non sia piu’ capace di capire che effetto ancora fa quella voce, che non sia stata mai capace di tacere situazioni fastidiose, che non voglia esser capace di zittire angoli del mio essere. Quindici gocce di analgesico. Accade di pensare che se ci si ferma a riflettere troppo su certe questioni, di qualsiasi entita’ esse siano, si finisce con l’ingrandirne la rilevanza. Oppure, se non gli si da abbastanza peso, ci si accorge troppo tardi della loro effettiva valenza. Tutto questo, e purtroppo molto altro, mi fa entrare di diritto nel club dei "gastritisti" anonimi. Anonimamente pieni di bisogno di vivere. Costantemente in bilico nel camminare sulla corda della piu’ assurda delle sindromi depressive: quella senza alcuna apparente motivazione. |
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